Mer. Ott 14th, 2026

Raid Usa su Caracas, Maduro catturato e portato fuori dal Venezuela

Gli Stati Uniti hanno lanciato nella notte un’operazione militare contro il Venezuela culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie, successivamente “portati fuori dal Paese” ed incriminati a New York. A confermare l’azione è stato il presidente americano Donald Trump, che ha definito il blitz “un’operazione brillante”, mentre da Caracas arrivano accuse di “gravissima aggressione militare” e la proclamazione dello stato di emergenza. Il raid aereo è scattato poco prima delle 2 ora locale (le 7 in Italia) e ha colpito obiettivi strategici nella capitale. Secondo il governo venezuelano, sotto le bombe sarebbero finiti il palazzo presidenziale di Miraflores, il complesso militare di Fuerte Tiuna, il ministero della Difesa, l’aeroporto militare di La Carlota e il porto di La Guaira. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha riferito che gli attacchi avrebbero interessato anche luoghi altamente simbolici, come la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez. Poche ore dopo l’operazione, il senatore repubblicano Mike Lee ha dichiarato, citando il segretario di Stato Marco Rubio, che Maduro sarebbe stato arrestato per essere processato con l’accusa di reati penali negli Stati Uniti. Secondo Lee, l’azione militare sarebbe stata intrapresa per “proteggere coloro che stavano eseguendo il mandato di arresto”.

Sul piano internazionale, la reazione è stata immediata. Mosca ha condannato duramente quella che ha definito “un’aggressione armata” contro uno Stato sovrano. L’ambasciata venezuelana in Russia ha accusato Washington di voler “impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare petrolio e minerali, con l’obiettivo di minarne l’indipendenza politica”.

Appello alla de-escalation è arrivato anche dalla Spagna. Il governo di Madrid ha invitato tutte le parti alla moderazione e al rispetto del diritto internazionale, offrendo la propria disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione per una soluzione pacifica e negoziata della crisi.

In Italia, Palazzo Chigi segue con attenzione l’evolversi della situazione. In una nota, la Presidenza del Consiglio ha fatto sapere che la premier Giorgia Meloni è in costante contatto con il ministro degli Esteri Antonio Tajani. La Farnesina ha attivato l’Unità di crisi, con particolare attenzione alla sicurezza dei cittadini italiani presenti nel Paese.

L’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, ha invitato i connazionali a non uscire di casa e a evitare ogni spostamento non necessario, definendo la situazione “incerta”. In Venezuela vivono circa 160 mila italiani, molti dei quali con doppia cittadinanza, oltre a lavoratori ed expat. Preoccupazione anche per una dozzina di detenuti italiani, tra cui Alberto Trentini, per i quali il ministero degli Esteri ha assicurato il massimo impegno.

Per una parte della comunità internazionale e dell’opinione pubblica occidentale, l’operazione viene definita “giusta” perché inserita in un contesto di lunga delegittimazione del potere di Nicolás Maduro. In questa lettura, il recente conferimento del Premio Nobel a una figura di spicco dell’opposizione venezuelana – considerata simbolo della resistenza civile, della difesa dei diritti umani e della richiesta di elezioni libere – rappresenterebbe un riconoscimento politico e morale delle denunce avanzate da anni contro il regime. Secondo questa impostazione, il blitz statunitense non sarebbe un atto di mera forza, ma la conseguenza estrema di un fallimento prolungato della diplomazia, motivato dalla repressione interna, dalla crisi umanitaria e dal sistematico svuotamento delle istituzioni democratiche. L’intervento, sempre secondo i suoi sostenitori, avrebbe dunque l’obiettivo di aprire uno spazio per una transizione politica, restituendo al popolo venezuelano la possibilità di autodeterminarsi attraverso un processo democratico credibile.

L’operazione viene dunque presentata come un atto necessario e mirato, più assimilabile a un’azione di polizia internazionale che a un’invasione militare, sulla scia dei precedenti storici di Manuel Noriega o dei grandi narcotrafficanti come El Chapo ed Escobar: figure di potere considerate ormai fuori dall’ordine legale internazionale. La motivazione centrale, secondo questa chiave di lettura, risiede nella trasformazione del Venezuela da Paese ricchissimo di risorse a epicentro di collasso economico, repressione politica ed esodo di massa, conseguenza diretta di un regime che ha mantenuto il potere attraverso violenza, frodi elettorali e promesse sistematicamente disattese alla comunità internazionale. Il “decapitation strike” ordinato da Trump avrebbe avuto l’obiettivo di interrompere questo ciclo, colpendo il vertice del sistema senza coinvolgere la popolazione civile, come dimostrerebbe l’assenza di un’occupazione militare e il rapido prelievo di Maduro dal cuore del suo apparato di sicurezza. In questa narrazione, la caduta del leader chavista non è la fine di una guerra, ma l’esito di anni di delegittimazione politica e morale, culminati nel riconoscimento internazionale dell’opposizione democratica e nella convinzione che ogni altra via – diplomatica o negoziale – fosse ormai esaurita.

La crisi apre ora uno scenario altamente instabile in America Latina, con il rischio di un’escalation diplomatica e militare che potrebbe avere ripercussioni ben oltre i confini venezuelani.

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