Incontro dei quattro istituti di secondo grado secondario di Portici (NB Flacco, Nitti, Silvestri e Levi), riuniti presso la sala del Galoppatoio Reale della Reggia di Portici per dialogare con l’autore Roberto Saviano sul suo libro L’amore mio non muore.
Il direttore del Dipartimento di Agraria Danilo Ercolini definisce l’evento “un’occasione d’oro per gli studenti, un’esperienza di lettura con uno dei migliori divulgatori sul tema della legalità”.

Prende la parola il sindaco di Portici, Enzo Cuomo, che definisce Saviano “autore di libri straordinari e narratore della realtà”.
Sottolinea come esistano persone che nascondono la realtà e altre che la vivono e la raccontano, e che l’indifferenza non può esistere: raccontare significa impegnarsi per porre fine alla violenza.
Ricorda un’ordinanza per contrastare forme artificiose di pizzo camorristico e afferma che “la camorra è stata combattuta davvero, anche pagando qualche prezzo”.
Insiste sul valore della cultura e della lettura, capaci di aprire la mente: “la lettura è di straordinaria importanza”.
L’assessore all’istruzione Luca Manzo parla del titolo del libro come di un ossimoro: avvicinare l’amore alla brutalità della ’ndrangheta. “Un amore idealizzato che può riuscire a salvare tutto”.
Sottolinea la “battaglia culturale” di Saviano: le forze dell’ordine agiscono in prima linea, ma serve anche una riflessione sull’inconscio collettivo. “Roberto aprì una strada nella coscienza collettiva”.
Roberto Saviano viene accolto dagli applausi degli studenti. Il relatore dell’evento Gennaro Scala cita la storia vera dietro l’opera di Saviano, la vita di Rossella Casini una ragazza che porta su di sé lo scontro con la ’ndrangheta: “l’amore ha dei codici, la criminalità ne ha altri. Rossella perde, scompare: una sorta di damnatio memoriae”.
Saviano racconta che questa storia gli ha permesso di analizzare come mai prima le dinamiche sentimentali dell’amore: di suggerire al lettore cosa prova una ragazza innamorata, convinta che la forza dei propri sentimenti possa cambiare ciò che le sta intorno.
Racconta la vicenda di Francesco, figlio di una famiglia ’ndranghetista che vive in una casa dello studente, e di Rossella, toscana, che abita con la famiglia al piano superiore.
Durante una vacanza a Palmi, Rossella percepisce un ambiente respingente; lei però vuole capire il mondo, superare il ruvido delle persone. Domenico Gutri, già visto a Firenze, sarà la prima persona che vede morire.
“In assenza della persona amata, tutto sembra avere un valore dimezzato, un sapore a metà. L’amore è avere un testimone della propria vita”.
La loro lontananza li riporta l’uno verso l’altra, anche se Rossella ha ormai intuito la complessità della situazione. Saviano cita Apollinaire: “Quando non ci sei, non so se manchi tu o manco io”.
Il libro narra un amore pieno di sfumature e contraddizioni, e il coraggio di una ragazza che non scappa quando tutto peggiora, convinta che il suo sentimento possa affrontare perfino un’organizzazione gigantesca.
Parlando con la sorella di Francesco, Rossella percepisce dolore: “Se vai via, portami con te”. Per un momento sembra che i codici di Rossella funzionino. Ma cosa cambia davvero? Quando Rossella arriva a Palmi porta con sé una nuova consapevolezza: la chiamano “la straniera”. “Amare significa cercare di essere felici, e la felicità può esistere solo in forma gratuita”. Ma ci si può davvero sentire felici in un contesto di dominio e violenza?
Saviano riflette su leggi e regole: per il sistema criminale esistono solo le regole, uno sguardo sul mondo che divide tutto fra “chi fotte e chi è fottuto”. In un mondo dove l’omertà regna padrona, Rossella a soli vent’anni sceglie di denunciare. Ci troviamo negli anni 80.
A seguito di una domanda di un ragazzo dell’Istituto Francesco Saverio Nitti, riguardo l’importanza del ruolo che ha il periodo storico all’interno della vicenda, Saviano risponde che: “È il grande sfondo del romanzo: una delle amiche di Rossella viene distrutta dall’eroina, tra manifestazioni studentesche e tensioni dell’epoca. Francesco colpisce Rossella perché, quando arrivano i fascisti a picchiare i suoi amici, lui interviene e li protegge. (…)
Francesco, in seguito, fa carriera nell’imprenditoria, ma gli verrà sequestrato persino un bar situato nei pressi di Palazzo Chigi.”
Saviano dedica una parte importante dell’incontro a riflettere sul ruolo dell’intellettuale e sul rapporto tra informazione, potere e società contemporanea.
Secondo l’autore, l’intellettuale dovrebbe essere in grado di analizzare gli eventi mentre accadono, interpretarli in tempo reale e restituirli alla collettività. È un ruolo che oggi, osserva, si è in parte smarrito: l’intellettuale spesso non riesce più a mantenere un rapporto critico con il potere o a fungere da punto di riferimento per la comprensione del reale.
Da qui Saviano passa a un tema centrale per i ragazzi: i social media.
Sottolinea come le nuove generazioni siano immerse in una logica della velocità che raramente permette di approfondire. La rapidità di scorrimento, dice, non consente di elaborare un’idea complessa: ci si limita ad agganciare ciò che si vede a ciò che si pensa già, senza che venga messa in discussione la propria visione del mondo. È un ambiente in cui si consuma, non in cui si riflette.
Saviano ricorda una verità scomoda dell’economia digitale:
“Quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu.”
Sugli schermi scorrono contenuti che sembrano offrire intrattenimento, informazione, comunità. Ma il vero oggetto dello scambio è l’attenzione degli utenti, venduta e manipolata attraverso algoritmi progettati con un obiettivo preciso: catturare tempo, generare profitto, aumentare la disattenzione.
In questo scenario, l’estremismo ha gioco facile: è immediato, semplifica, divide il mondo in due parti.
La democrazia invece vive di sfumature, richiede tempo per essere compresa, e per questo fatica ad avere la stessa presa nella comunicazione digitale. La complessità non diventa virale; l’istinto sì.
Saviano insiste poi sul valore della narrazione come responsabilità civile.
“Se non racconti, non lo vedi”: ciò che non viene reso visibile — nei giornali, nei libri, nei media — rischia di non esistere per l’opinione pubblica. È per questo, spiega, che le mafie desiderano l’oscurità: preferirebbero che le vicende criminali restassero confinate tra clan e tribunali, senza luce mediatica, senza pressione sociale.
“Mi ha fatto molta rabbia il silenzio intorno a lei. Il suo coraggio è stato davvero unico, anche quando, inevitabilmente, è stato attraversato da errori. Il padre di Rossella non se l’è sentita di mediatizzare il caso: non voleva portarlo sulla stampa perché temeva che chiunque avrebbe potuto oltraggiarla. Ha preferito proteggerla dall’ultimo oltraggio.
Questa è la storia di una ragazza che è stata schiacciata, e che proprio per questo meritava di essere raccontata.”
Rendere comprensibile un processo, far emergere cosa accade in un’aula di giustizia, significa restituire potere ai cittadini.
Saviano osserva che il camorrista non lavora per denaro, ma per potere: il denaro è solo uno strumento. “È una vita infame”, dice, e proprio per questo è fondamentale che se ne parli apertamente.
Viene poi affrontato il tema del carcere: luogo decisivo nel contrasto alle mafie.
Un carcere che non funziona, che non rieduca e non garantisce sicurezza, è un carcere che fa gli interessi dei clan, diventando un terreno fertile per nuove alleanze, pressioni e ricatti.
Saviano conclude con un monito rivolto ai giovani: non confondere fascino e comprensione.
Il rischio, davanti al racconto della criminalità, è quello di subire il magnetismo della violenza invece di capirla davvero. L’unico atto veramente attivo che resta al cittadino, afferma, è la lettura: un esercizio lento, solitario, anti–algoritmico, che permette di fermarsi e approfondire.
“Non farsi fregare,” dice, “significa darsi il tempo di capire”.
Le ragazze della redazione CoMeTe hanno avuto la possibilità di porre delle domande all’autore:
Grazia De Falco:Nel romanzo la memoria affettiva diventa quasi un luogo fisico, uno spazio in cui Rossella si muove tra fragilità e resistenza. Mi ha colpito come la vulnerabilità non venga mai considerata una forma di debolezza, ma come un motore d’azione. Quanto è stato importante, nella costruzione del personaggio di Rossella, ribaltare l’idea tradizionale di “forza” e lavorare invece sul potere che nasce dall’ammettere le proprie paure e ferite?
«Rossella è… quando ho iniziato a indagare su di lei, ho scoperto che era terrorizzata dall’idea di vivere un amore identico a quello che vedeva intorno a sé. Non voleva ritrovarsi in quella dinamica in cui ci si innamora e tutto diventa ordinario, prevedibile. Lei desiderava che il suo innamoramento non svanisse, che potesse rinnovarsi continuamente. (…)
Se cerchi di non sbagliare, finisci sempre per mettere i piedi nelle orme degli altri.»
Flavia Savarese: Lei è autore di romanzi, saggi, testi per la televisione e per il cinema. In quale di queste forme si è sentito più a suo agio, o crede di aver dato il meglio di sé?
«È difficile scegliere un libro in cui sento di aver dato il meglio di me, perché credo di averlo fatto in ognuno. È un giudizio che spetta più alla lettrice, al lettore. La creatura più amata è sempre l’ultima, e in questo caso sento di essermi misurato con qualcosa di complicatissima: l’amore.»
Federica Tassini: Nel libro “La paranza dei bambini” racconta adolescenti che scelgono la violenza per conquistare potere, usando la paranza persino come risposta a un bisogno d’amore. In questo nuovo romanzo, invece, l’amore prova a resistere al potere — è sofferto, ma indispensabile.
Cosa l’ha spinta a passare dalla brutalità alla sensibilità dei sentimenti? Ritiene che entrambi siano, in forme diverse, essenziali al desiderio umano di affermazione?
«Per la prima volta ho provato a raccontare un sentimento che tenta, attraverso la bellezza, di contrastare un potere criminale. Ed è stata anche la prima volta in cui mi sono sentito libero di scrivere la bellezza dell’innamoramento. La bellezza, in questo libro, l’ho messa davvero al centro del mio interesse.»


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