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Ariaferma (2021): la recensione del mese

di Editore Ago11,2022

Ariaferma (2021) Il tempo sospeso e snervante dell’attesa è il punto di partenza per Di Costanzo ( L’intrusa, L’intervallo ) per far cadere almeno in parte le maschere sociali di guardie e ladri e far emergere qualche brandello di umanità comune anche in un contesto difficile quale un Istituto penitenziario. Ambientata in un carcere immaginario in via di dismissione (in realtà l’ex carcere di S. Sebastiano di Sassari), la vicenda prende le mosse da un temporaneo dietrofront delle autorità competenti: il rinvio della prevista chiusura della struttura comporta lo stallo dei pochi detenuti e agenti rimasti al suo interno, in un crescendo di frustrazione e di tensione che affida a una sapiente regia e alla perfetta misura interpretativa di Toni Servillo e Silvio Orlando il compito di far affiorare l’umana verità delle due parti in causa, lontane e spesso diverse ma non per questo nemiche. Motore del parziale ma autentico avvicinamento è il comportamento del capo degli agenti che, in virtù della eccezionalità della situazione, accorda qualche piccola temporanea deroga alle regole: significativa metafora della sospensione dell’ordinario, un blackout improvviso farà sì che addirittura detenuti e agenti cenino insieme, lasciandosi andare a qualche sorriso e qualche confidenza, nonché a qualche inevitabile tensione; e lo stesso capo si consentirà una più approfondita conoscenza di un pericoloso boss ospite del carcere. David di Donatello per la migliore sceneggiatura originale, nonché per il miglior attore protagonista a Silvio Orlando, il film avvince e convince in tutti i suoi aspetti: una incisiva colonna sonora, una fotografia oscillante tra onirico e realistico, una serie di personaggi minori ben tratteggiati in poche mosse, tutti elementi che concorrono a voler rimarcare il messaggio essenziale di tutto il lavoro: che l’umanità può avere un volto nascosto, ma comunque degno di valore, e che le regole – assolutamente intese – servono a chi non si sa regolare.

Francesca Gambardella

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